31 gennaio 2006

Ovunque, proteggete Vinicio.



Di seguito l'ottima recensione di OVUNQUE PROTEGGI, l'ultimo album di Vinicio Capossela. La recensione la trovate anche qui ed è stata scritta da Alberto.


A digiuno da cinque anni (se si trascura l'uscita del 2003 della raccolta "L'indispensabile"), ovvero dall'eccellente "Canzoni a Manovella", ci troviamo emozionati e compressi dalla ressa allo showcase di Ovunque Proteggi, nuovo disco di Vinicio Capossela, organizzato al feltrinellone di piazza Piemonte a Milano. La ressa è tale che a un certo punto gli ingressi vengono chiusi, i Vinicio cloni si sprecano, con la barba incolta, il cappello sulla nuca e un bicchiere di rosso in mano. La situazione - come sempre quando c'è di mezzo il più geniale e visionario cantautore italiano vivente - è surreale. Vinicio sale sullo stage emozionato e pencolante, farfuglia due parole, beve un bicchiere di vino rosso, ricomincia. Lo showcase è bislacco, lui racconta storie visionarie e di tanto in tanto fa ascoltare un pezzetto del brano. Peccato non aver potuto ascoltare prima il CD, si sarebbe potuto capire molto di più di quello che Vinicio ha raccontato tra un sorso di vino e l'altro.

Non s'è capito granché, ma la percezione - dai frammenti proposti - è stata subito eccellente. La corsa a casa e un doppio ascolto hanno confermato la prima impressione. Il disco è un capolavoro. Assoluto, folle, visionario. Come un quadro di Van Gogh, come un libro di John Fante. Si ascolta sapendo che lo si riascolterà. Non si consuma come tanta altra musica, ma dice con chiarezza che regalerà emozioni nuove a ogni ascolto per tanto tempo a venire. Magico, inimitabile Vinicio.

Qualche commento sui singoli brani.

Non trattare.

Testo gotico-cabbalistico, musica di atmosfera ashkenazita, "se non chiedi non ti sarà; dato, se non cerchi non sarai trovato" arricchito dallo shofar di Elia Galante. Zeno De Rossi suona teste di morto e mascella d'asino. Sei minuti di suggestione mediorientale.

Brucia troia.

"Il cavallo di troia è ciucco come il mio ciuffo. Fai scialo amante mia delle tue cosce". Testo da sarabanda caposseliana, dal doppio senso del titolo, un ossessionante edizione di Maraja.

Dalla parte di Spessotto.

La filastrocca che Vinicio non manca mai di regalare, tornano le atmosfere di Canzone a manovella (anche qui c'entra il mare, c'è la pancia della balena), ma con un arrangiamento più complesso, a volte quasi ridondante, che aggiunge ironia e fa di "Spessotto" un capolavoro. Il finale felliniano, dove la musica si trasforma e sorprende anche al secondo ascolto, è la pura genialità di Vinicio che sborda e sbrodola, lasciando annichilito l'ascoltatore.

Moskavalza.

Il maraja torna in versione turbotechno, condito con la rima cervella-caravella che solo Capossela poteva inventare. "La zigulì è finita, kurkskaja in rimonta", rime ossessive e allucinate, esagerate. parole in libertà, che perdono il significato originale (quando ce l'hanno) e diventano strumenti musicali.

Al colosseo.

Vinicio gioca con corni, timpani e gladiatori, che devono essere sbranati, spellati, squartati al Colosseo e poi serviti in fricassea dopo aver "ricevuto il ferro" con l'antico grido habet hoc. Un'altro incubo grandguignolesco di suoni e parole, che non si riesce a smettere di ascoltare.

L'uomo vivo.

"Va il cristo di legno, non crede ai suoi occhi, non crede alle sue orecchie, nemmeno il tempo di resuscitare e già l'anno portato a mangiare". La banda "A. Busacca" di Sicli, provincia di Ragusa, il 18 agosto accompagna in processione la statua di Cristo. Vinicio lo racconta e riesce, con la sua musica da circo e la sua improbabile e geniale filastrocca, a far percepire a chi ascolta l'ondeggiare di una statua di legno portata a braccia dalla folla.

Medusa cha cha.

"Mi ha messo un aspide per capello e adesso in testa mi sento uno zoo". La mitologica Medusa si trasforma in una signorina ammiccante, che balla il cha-cha-cha, preoccupata di avvisare ogni partner di non guardarla negli occhi, per non diventare un baccalà. Ma non c'è verso, povera Medusa, ci cascano tutti. Ma lei non rinuncia ad aspettare un uomo vero che la prenda per i "capelli" e le facia "perdere la testa". Atmosfera anni '50 e sonorità volutamente obsolete aggiungono a un testo esilarante.

Nel blù.

Dolcissimo nonsense a ritmo di valzer, in cui Vinicio rivela tutta la sua follia di artista che galleggia tra i fumi dell'alcol e la sua fantasia senza confini. Follia contagiosa, perché la strofa "L'illusione è tutto nella vita, tenere in vita il domatore, fasciare i fianchi alla zuava, in martingala", che sposta il valzer su magiche atmosfere viennesi, è contagiosa.

Nutless.

"Buttarci a piedi pari nella vasca del Campari". Una suggestione creata su un personaggio del suo libro, Nutless, che aveva grandi progetti ma finisce a dipingere soldatini in miniatura.

Pena de alma.

"Come levare via il profumo al fiore? Come togliere al vento l'armonia?" Atmosfere da America del sud per questa versione riveduta e corretta di una dolorosa canzone tradizionale messicana, a cui Vinici aggiunge una punta della sua magia. Pregevole guitaron di Glauco Zuppiroli.
Lanterne rosse. "Le ombre fanno e disfanno giganti nel cielo color di pioggia". Un'atmosfera sottile, intimista, che ricorda i primi dischi, impreziosita dal profumo cinese e dal piano Duysen che Vinicio sa far cantare come nessuno.

S.S. dei naufragati.

"E il comandante avanza e niente si può fare. Vuole una morte la vuole affrontare". Un recitativo ermetico e visionario, sottolineato da un violoncello in primo piano.
Ovunque proteggi. "Ancora proteggi la grazia del mio cuore. Adesso e per quando tornerà l'incanto. L'incanto di te, di te vicino a me". Canzone dell'amore assopito, a tempo di beguine, dolcissima e ispirata. Commovente ed emozionante al contempo, è con Spessotto il pezzo migliore di un CD "migliore" in tutto e per tutto.

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