2 luglio 2007

La Terra è in pericolo: grande pezzo di Al Gore oggi su Repubblica.



di Al Gore (da La Repubblica del 2 luglio 2007)

Noi - la specie umana - siamo giunti ad un momento decisivo. È inaudito, e fa perfino ridere, pensare di poter davvero compiere delle scelte in quanto specie, ma è proprio questa la sfida che ci troviamo davanti. La nostra casa - la Terra - è in pericolo. Non è il pianeta a correre il rischio di essere distrutto, ma le condizioni che lo hanno reso un luogo accogliente per gli esseri umani.

Senza renderci conto delle conseguenze delle nostre azioni, abbiamo cominciato a riversare nel sottile involucro di aria che circonda il nostro mondo quantità di anidride carbonica tali da arrivare letteralmente ad alterare l'equilibrio termico tra la Terra e il Sole. Se non ci fermeremo, e in fretta, la temperatura media crescerà a livelli che gli esseri umani non hanno mai sperimentato fino ad ora, mettendo fine al propizio equilibrio climatico su cui poggia la nostra civiltà.

Nell'ultimo secolo e mezzo, sempre più freneticamente, abbiamo estratto dal terreno quantità sempre maggiori di carbonio, principalmente sotto forma di petrolio e carbone, bruciandolo al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2 riversate ogni 24 ore nell'atmosfera terrestre.

Le concentrazioni di anidride carbonica, che non erano mai salite oltre il livello di 300 parti per milione (ppm) da almeno un milione di anni a questa parte, sono cresciute dalle 280 ppm dell'inizio del boom del carbone fino alle 383 ppm di quest'anno.

La conseguenza diretta è che molti scienziati adesso ci avvertono che ci stiamo avvicinando a una serie di "punti di non ritorno", che nel giro di 10 anni potrebbero metterci nell'impossibilità di evitare danni irreparabili all'abitabilità del pianeta per gli esseri umani.

Negli ultimi mesi, nuovi studi hanno dimostrato che la calotta glaciale artica, che aiuta il pianeta a raffreddarsi, si sta sciogliendo a ritmi quasi tre volte più veloci di quanto previsto dai più pessimistici tra i modelli elaborati al computer. Se non agiremo, nel giro di appena 35 anni, il ghiaccio potrebbe arrivare a scomparire completamente nei mesi estivi. All'altra estremità del pianeta, al Polo Sud, gli scienziati hanno scoperto nuove prove di scioglimento della neve in un'area dell'Antartide occidentale grande quanto la California.

Non è una questione politica. È una questione morale, che riguarda la sopravvivenza della civiltà umana. Non è una questione di destra o di sinistra, è una questione di giusto o sbagliato. Per metterla in termini semplici, è sbagliato compromettere l'abitabilità del nostro pianeta e rovinare il futuro di tutte le generazioni che verranno dopo di noi.

Il 21 settembre del 1987, il presidente Ronald Reagan disse: "Ossessionati come siamo dagli antagonismi del momento, spesso ci dimentichiamo quante cose uniscano tutti noi membri della razza umana. Forse ci serve una minaccia esterna, universale, per riconoscere questo legame comune. Ogni tanto penso che le nostre divergenze scomparirebbero rapidamente se ci trovassimo a fronteggiare una minaccia aliena proveniente da un altro mondo".

Noi - tutti noi - ci troviamo ora di fronte a una minaccia universale, che non proviene da un altro mondo, ma che è, cionondimeno, di portata cosmica.
Compariamo due pianeti del nostro sistema solare, la Terra e Venere: i due corpi celesti hanno dimensioni quasi identiche, e un quantitativo di carbonio quasi identico. La differenza è che sulla Terra la maggioranza di questo carbonio si trova sottoterra, depositato da varie forme di vita nel corso degli ultimi 600 milioni di anni, mentre su Venere la maggioranza del carbonio si trova nell'atmosfera.

Il risultato è che mentre sulla Terra la temperatura media equivale a un gradevolissimo 15 gradi centigradi, su Venere lo stesso parametro schizza fino a 464. Certo, Venere è più vicina al Sole, ma la colpa non è del nostro astro: Venere è mediamente tre volte più calda di Mercurio, che è il pianeta più vicino al Sole in assoluto. La colpa è dell'anidride carbonica.
Questa minaccia ci impone, come diceva Reagan, di unirci nella consapevolezza di ciò che ci accomuna.
Sabato prossimo, su tutti e sette i continenti, il concerto Live Earth cercherà di attirare l'attenzione del genere umano per dare il via a una campagna triennale che renda tutti gli abitanti del pianeta consapevoli che la crisi climatica può essere risolta in tempo per evitare la catastrofe. I singoli individui sono uno degli elementi della soluzione.

Citando Buckminster Fuller, "se il successo o il fallimento di questo pianeta, e della specie umana, dipendesse da quello che sono e da quello che faccio, come sarei? E che cosa farei?".

Live Earth offrirà una risposta a questo interrogativo chiedendo a chiunque verrà ad assistere ai concerti o li ascolterà di firmare un impegno personale a intraprendere passi specifici per combattere i cambiamenti climatici. (Altri particolari su questo impegno da firmare sono disponibili su algore. com).
L'azione individuale dovrà indirizzare e guidare l'azione dei governi, e gli americani da questo punto di vista hanno una responsabilità speciale: per gran parte della nostra breve storia, gli Stati Uniti e il popolo americano hanno garantito al mondo la loro leadership morale. Il Bill of Rights, i principi democratici inscritti nella Costituzione, la sconfitta del fascismo nella Seconda guerra mondiale, la vittoria sul comunismo e la conquista della Luna, sono tutti risultati della leadership americana.

Una volta di più, noi americani dobbiamo unirci e premere sul nostro governo perché raccolga questa sfida globale. La leadership americana è una precondizione per il successo.

A questo scopo, dovremo esigere dai nostri governanti che gli Stati Uniti sottoscrivano, nel giro dei prossimi due anni, un trattato internazionale che tagli le emissioni inquinanti del 90 per cento nei Paesi sviluppati e di oltre la metà a livello mondiale, in tempo perché la prossima generazione possa ricevere in eredità una Terra in buona salute.

Questo trattato segnerà un nuovo sforzo. Io sono fiero del ruolo che ho interpretato durante l'amministrazione Clinton nei negoziati per il protocollo di Kyoto, ma sono del parere che quell'accordo sia stato demonizzato a tal punto, negli Stati Uniti, che probabilmente non potrà mai venire ratificato, più o meno come successe ai tempi dell'amministrazione Carter, nel 1979, quando il governo non riuscì a spuntare la ratifica di un ambizioso trattato per la limitazione degli armamenti strategici. E in ogni caso, tra breve prenderanno il via i negoziati per arrivare a un trattato più ambizioso sul problema dei cambiamenti climatici.

Perciò, così come il presidente Reagan cambiò nome e modificò l'accordo Salt (ribattezzato in Start), dopo averne, tardivamente, riconosciuto la necessità, il nostro prossimo presidente dovrà concentrarsi immediatamente sul raggiungimento di un nuovo accordo, ancora più ambizioso, per la lotta contro i cambiamenti climatici. Dobbiamo puntare a completare questo trattato globale entro la fine del 2009, e non aspettare fino al 2012, come previsto attualmente.
Se per l'inizio del 2009 gli Stati Uniti avranno già messo in campo una serie di misure interne per ridurre le emissioni di gas serra, sono sicuro che quando daremo all'industria un traguardo da raggiungere e gli strumenti e la flessibilità per ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica, riusciremo a completare e a ratificare in tempi rapidi un nuovo trattato. Quella che abbiamo di fronte, d'altronde, è un'emergenza planetaria.

Un nuovo trattato prevederà, in ogni caso, come già Kyoto, gradi differenziati di impegno: ai Paesi saranno richiesti sforzi di diversa entità, tenendo conto di quanto hanno contribuito, storicamente, a creare questo problema, e tenendo conto della loro capacità relativa di sostenere gli oneri del cambiamento. È un precedente consolidato nel diritto internazionale, e non esistono altri modi per procedere.

Qualcuno cercherà di distorcere questo precedente utilizzando argomentazioni xenofobiche e nazionalistiche per dire che ogni Paese dovrebbe essere tenuto a rispettare gli stessi standard. Ma perché Paesi che hanno un quinto del nostro prodotto interno lordo, Paesi che in passato non hanno contribuito se non in maniera marginalissima a creare questa crisi, dovrebbero sopportare lo stesso sforzo degli Stati Uniti? Siamo così spaventati da questa sfida da non riuscire ad assumere un ruolo guida?

I nostri figli hanno diritto a pretendere da noi una maggiore responsabilità, ora che è il loro futuro - anzi, il futuro di tutta la civiltà umana - a essere in bilico. Meritano qualcosa di meglio di un governo che censura i dati scientifici più attendibili e se la prende con quegli scienziati onesti che cercano di metterci in guardia dalla catastrofe incombente. Meritano qualcosa di meglio di politici che se ne stanno con le mani in mano e non fanno niente per affrontare la sfida più grande che il genere umano abbia mai dovuto affrontare, perfino ora che il pericolo, ormai, incombe su di noi.

Noi ci dobbiamo concentrare sulle opportunità che derivano da questa sfida. Nuovi posti di lavoro, nuove occasioni di profitto spunteranno fuori una volta che le grandi aziende si saranno messe in moto con decisione per cogliere le colossali opportunità economiche offerte da un futuro di energia pulita.

Ma c'è qualcosa di ancora più prezioso da guadagnare se faremo la cosa giusta. La crisi climatica ci offre l'occasione di sperimentare quello che poche generazioni nel corso della storia hanno avuto il privilegio di sperimentare: una missione generazionale, un obbiettivo morale convincente, una causa comune e l'entusiasmante prospettiva di venire obbligati dalle circostanze a mettere da parte le meschinità e i conflitti della politica per abbracciare una sfida autenticamente morale e spirituale.

L'autore, vicepresidente Usa dal 1993 al 2001, è il presidente dell'Alliance for Climate Protection. Ha pubblicato, di recente, The Assault on Reason.

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